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| Marco Boato - attività politica e istituzionale | ||||||||||||||||
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È un grande dolore per me ricordare, sulle pagine de “l’Unità”, la morte, avvenuta a Berlino martedì 3 marzo 2026, del mio amico Peter Schneider, negli ultimi decenni scrittore e saggista di vasta fama in Germania, ma anche sul piano internazionale, in modo particolare in Italia. L’avevo conosciuto per la prima volta nel ’68, quando - tramite Paolo Sorbi, che l’aveva conosciuto a Berlino e l’aveva invitato a Trento – tramutò una breve visita di conoscenza internazionale tra esponenti dei Movimenti studenteschi europei di allora in una lunga permanenza nell’ambito del movimento antiautoritario di Sociologia. Arrivato a Trento nel settembre 1968, anche perché il suo principale amico berlinese Rudi Dutschke era stato gravissimamente ferito alla testa da un attentato il giovedì santo precedente a Berlino (11 aprile) ed era in condizioni mediche gravissime (morì poi nel 1979, dopo un faticoso recupero delle sue facoltà intellettive), anziché pochi giorni, vi rimase molti mesi, diventando un autentico militante e anche poi esponente del movimento di Sociologia, finché, su ordine del Ministero dell’interno, una mattina del febbraio 1969 fu caricato d’improvviso su una macchina della polizia e portato di peso al Brennero, dove gli notificarono l’espulsione dall’Italia, senza che avesse compiuto alcun reato. Di questa forte e coinvolgente esperienza “trentina” nel 1973 Peter Schneider scrisse anche nel suo primo libro, “Lenz”, poi tradotto e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1975. In quei mesi del ’68-’69 Schneider fece molte amicizie e imparò rapidamente l’italiano, che poi ha coltivato per tutta la vita. Tra queste amicizie, oltre che con me, ci fu soprattutto uno stretto rapporto con Mauro Rostagno ed anche con Renato Curcio, che allora era ancora lontano dall’esperienza delle Brigate Rosse, nate due anni dopo, quando Curcio, con Margherita Cagol, si trasferì a Milano, subito dopo il loro matrimonio religioso (nel Santuario di San Romedio, lei cattolica, lui valdese). Ma lui strinse rapporti di conoscenza e amicizia anche col primo gruppo femminista, denominato “Il cerchio spezzato”, la cui leader, Silvia Motta, ha ricordato anche di averlo ospitato nella loro “comune” femminista nel primo periodo di permanenza in città. Schneider era nato il 21 aprile 1940 a Lubecca (Rostagno era del 1942 e io del 1944), e quindi è morto a quasi 86 anni. Dopo diverse esperienze di studio, era approdato a Berlino alla “Freie Universität”, ed in una prima fase, a metà degli anni ’60, aveva collaborato con la Spd di Willy Brandt, diventando poi un importante esponente del Sds (“Sozialistischer Deutscher Studentenbund”), la formazione studentesca (espulsa dalla Spd) che era stata protagonista del Movimento antiautoritario berlinese e tedesco-occidentale, il cui principale leader era appunto Rudi Dutschke, di cui Schneider era diventato amico e collaboratore. Rientrato in Germania da Trento, aveva concluso i suoi studi universitari in storia e filosofia, ma, dopo aver vinto un concorso di insegnamento, si era visto negare l’incarico a causa del “Berufsverbot” introdotto dalle leggi eccezionali in Germania. Quando poi, nel 1976, vinse un ricorso e ottenne l’incarico, vi rinunciò, perché nel frattempo era già diventato un noto scrittore e saggista. Ma molto dopo, negli anni ’90, fu chiamato a più riprese ad insegnare in tre università americane, come “visiting professor”, prima a Stanford, poi Georgetown e quindi a Princeton (dove divenne amico della ancora molto giovane Nadia Urbinati, come lei stessa ora ha ricordato). Nonostante l’espulsione poliziesca, con vari stratagemmi Schneider era comunque rientrato più volte “illegalmente” in Italia, finché, vista anche la sua fama nel frattempo esplosa, il provvedimento fu annullato. E con l’Italia, e con Trento in particolare (ma non solo), lui mantenne sempre rapporti molto stretti. Con Rostagno si incontrò per l’ultima volta (prima del suo assassinio mafioso del 26 settembre 1988 a Trapani) proprio a Trento, durante un affollato convegno di tre giorni, nel febbraio 1988, nelle aule della facoltà di Sociologia, nel “ventennale” del ’68, all’insegna del “Bentornata utopia”. Pur nulla rinnegando dell’esperienza del ’68 (in rete si può ritrovare il suo bellissimo intervento di fronte a centinaia di ex-studenti di allora), Mauro Rostagno da una parte lesse pubblicamente una lettera di saluto che Renato Curcio gli aveva inviato dal carcere di Rebibbia (Rostagno aveva dissentito totalmente dalla scelta della lotta armata, ma aveva mantenuto un rapporto di amicizia epistolare), ma dall’altra aveva iniziato la sua testimonianza con un icastico “per fortuna non abbiamo vinto, per fortuna!”. La stessa riflessione vent’anni dopo (quindi a 40 anni dal ’68) l’ha fatta il 29 settembre 2018 Peter Schneider, in un lungo intervento, sempre a Sociologia di Trento, quando organizzammo un convegno per ricordare, a molte voci (tra cui Adriano Sofri, Enrico Deaglio e Claudio Fava), la figura di Mauro Rostagno nell’anniversario dell’omicidio (evento per il quale arrivò anche una bellissima e coraggiosa dichiarazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anche questa reperibile in rete). In quella sua commossa testimonianza, Schneider parlò a lungo di Rostagno, ma anche di Rudi Dutschke, e del proprio radicale dissenso dalla lotta armata della Raf in Germania, dissenso che gli era costato molte critiche dall’estremismo tedesco di sinistra di allora. Del resto, lui, nel 2008, quarantennale del ’68, aveva pubblicato un libro (“Rebellion und Wahn”, in italiano “Ribellione e follia”), nel quale nulla aveva rinnegato del suo passato, ma al tempo stesso aveva svolto una dura e spietata riflessione critica. Dopo “Lenz” del 1973, Schneider aveva scritto e pubblicato molti libri di grande interesse, sia letterario che saggistico, che lo avevano fatto conoscere al più vasto pubblico, da quattro dei quali erano stati anche tratti dei film, l’ultimo con la regia di Margarethe von Trotta nel 1995 (intitolato “Das Versprechen”, in italiano “La promessa”). E in Italia era stato spesso intervistato, come opinionista, da “Repubblica”, soprattutto sulle varie vicende tedesche, prima quelle solo “occidentali” e poi quelle seguite alla caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) ed alla difficile e complessa riunificazione. Non a caso, uno dei suoi libri più famosi era stato “Il saltatore del muro” ancora nel 1982 e poi “Dopo il muro” nel 1990, entrambi tradotti anche in italiano. È interessante che Schneider abbia dedicato un libro anche alle lettere d’amore di sua madre, che, dopo la sua morte prematura, aveva riscoperto racchiuse in una scatola da scarpe: “Gli amori di mia madre”, pubblicato nel 2013 (tradotto in Italia da L’orma nel 2015). E da ultimo anche un libro sulla figura umana e musicale di Antonio Vivaldi: “Vivaldi e le sue figlie”, pubblicato nel 2019. Mi sembra emblematico ricordare il titolo del suo ultimo libro, perché riflette il suo spirito sempre critico e talora anche autocritico: “Pensare con la propria mente” (edito nel 2020). Quando dalla Germania passava per Trento, prima di andare in altre destinazioni italiane, Peter Schneider veniva ospitato da Loris e Luisa Lombardini e, in tutte quelle occasioni, avevamo modo di incontrarci e di parlare “di tutto”, non solo del passato, ma anche dei problemi del presente e del problematico futuro. Venivo interrogato da lui sulle principali vicende italiane, ma ero soprattutto io ad imparare da lui, che non solo era autorevole anche sul piano personale, ma, avendo solo quattro anni più di me, mi sembrava sempre “un vecchio saggio”. E ormai vecchio, ma in realtà non troppo (avevo visto una sua bellissima foto sorridente del Natale scorso, inviata dalla moglie Ruza, che ora ci ha purtroppo informati della sua scomparsa), Peter Schneider se ne è andato, lasciando una traccia profonda di sé nei suoi scritti saggistici, nelle sue opere letterarie, ma anche e soprattutto nelle sue profonde testimonianze “dal vivo”. E vivo nella memoria resterà comunque.
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MARCO BOATO |
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